Una delle aspirazioni più intese che animano gli ufologi, oltre ovviamente alla possibilità di dimostrare la veridicità delle loro affermazioni, è di certo quella di poter entrare in contatto con gli alieni.
Si tratta di una aspirazione condivisa, uno dei pochi filoni di ricerca nel quale ufologia e scienza ufficiale trovano qualche punto di contatto; non pochi, infatti, sono stati gli esperimenti che, nel tempo, hanno avuto come fine proprio il contatto con forme di vita aliene, così come non pochi sono gli studi che oggi mettono in campo nuove e sofisticate tecnologie al fine di poter raggiungere questo risultato.
Questo tipo di ricerca viene principalmente condotta in due differenti modi, che potremmo sinteticamente definire così come segue:
Ricerca Passiva:
– Ascolti radio.
– Ricerca sulla Terra di manufatti alieni.
– Ricerca di emissioni radio del trizio (isotopo dell’ idrogeno a numero di massa 3 e numero atomico 1,   indicato anche con la notazione3H), 1516 MHz per identificare l’eventuale produzione di energia nucleare da parte di civiltà extraterrestri.
– Ricerca di pianeti extra solari sia dalla Terra che dallo spazio.
– Ricerca di emissioni infrarosse provenienti dalla sfera creata intorno a una stella da civiltà altamente tecnologiche in grado di sfruttare l’energia dell’astro.
Ricerca Attiva:
-Trasmissione di messaggi radio.
-Invio involontario delle nostre trasmissioni radiotelevisive nello spazio.
-Invio di targhe e di messaggi registrati tramite sonde spaziali.
-Esplorazione dello spazio con sonde automatiche.
-Esplorazione dello spazio con l’ausilio di equipaggi umani.
Pensare che tanti mezzi, sia in ragione di tecnologia che di risorse umane, siano stati approntati per tentare un contatto con probabili civiltà aliene, ci lascia intendere quanto forte sia la convinzione che altre forme di vita possano coesistere, insieme alla nostra, nell’immensità dell’universo.
D’altra parte risulta di certo credibile che nella nostra galassia ci siano almeno un migliaio di civiltà intelligenti, che vivono distanti l’una dall’altre circa un miglio di anni luce, sia pure sotto forme e consistenze diverse.

Basterebbe che una soltanto di queste civiltà riuscisse ad osservare il nostro pianeta per formulare alcune logiche deduzioni; notando infatti il suo caratteristico colore azzurro potrebbe facilmente dedurre che la Terra è composta per il 20% da ossigeno, e che tale elemento è stato prodotto da una lenta attività di fotosintesi di organismi viventi.

Un processo deduttivo molto simile a questo, sia pure con mezzi diversi, potremmo farlo anche noi, analizzando attraverso uno spettrometro la luce proveniente da un pianeta qualsiasi di quelli orbitanti al di fuori del nostro sistema solare, gli esopianeti, potremmo provare a dedurre la possibile presenza di forme di vita; sarebbe sufficiente scomporre la luce analizzata e osservare se fra i colori presenti vi siano anche i tre colori corrispondenti a quelle che la scienza ha definito “le molecole della vita”, ovvero: biossido di carbonio, acqua e ozono. L’acqua è il solvente ideale per sostenere forme di vita basate sul carbonio, mentre l’ossigeno è il segno evidente della loro presenza.

Potrebbe certo esistere anche una vita basata sul silicio, ma bisogna anche tener conto che il carbonio, nel cosmo, e almeno secondo le conoscenze attuali, è molto più abbondante del silicio.
Esistono oltre duecento pianeti extrasolari, e alcuni di loro presentano condizioni favorevoli allo sviluppo della vita; la sola Via Lattea contiene oltre cinquanta milioni di pianeti, su circa duecento miliardi di stelle, che risultano ottimi candidati ad ospitare forme di vita. Si tratta di segnali che incoraggiano la ricerca, anche se lasciar ricadere la speranza soltanto sulle onde elettromagnetiche delle stazioni radio televisive non ci porterebbe molto lontano.

Quando le onde radio lasciano la Terra non viaggiano tutte insieme nell’infinito, come erroneamente si potrebbe pensare; in realtà questa proprietà è riservata soltanto ai segnali ad alta frequenza (VHF e UHF); tutte le altre rimbalzano in continuazione contro la ionosfera. Malgrado queste evidenti difficoltà, gli sforzi vanno avanti, e sembra proprio che non siamo soltanto noi a tentare di trasmettere, o quanto meno, che non esistano soltanto segnali lanciati dalla Terra verso lo spazio, ma anche dallo spazio verso la Terra.
Durante l’estate del 1967, più precisamente il 6 agosto, Jocelyn Bell Burnell, originaria di Belfast (Irlanda), stava controllando il materiale cartaceo prodotto dal radio telescopio del Mullard Observatory (USA); la sua attenzione si era focalizzata su delle piccole oscillazioni che si ripetevano sempre alla stessa ora siderale, di certo un segnale, che la donna scambiò per un tentativo di comunicazione da parte di civiltà extraterrestri. In realtà si trattava di una scoperta altrettanto importante, che avrebbe aperto nuovi orizzonti alla fisica e all’astronomia del XX secolo; quelle che Susan stava osservando erano infatti i segnali provenienti da un nuovo tipo di stelle, le emissioni radio delle Pulsar (Pulsanting Star).
Successivamente, il 15 agosto del 1977, il “Big Ear”, il radiotelescopio dell’Ohio State Radio Observatory, registra uno strana segnale, molto nitido, dalla durata di ben settantadue secondi; la fonte di provenienza è il Sagittario, ma il fenomeno non è ripetitivo.

Bisognerà attendere il 1986 (10 ottobre) per rilevare segnali interessanti provenienti dalla stessa costellazione; a distanza di anni le registrazioni si ripeteranno con provenienze diverse: costellazione della Vergine (14 agosto 1989), costellazione dei Pesci (9 maggio 1990), tredicesima costellazione dello Zodiaco (Serpentario).

Rimane ovviamente un punto ancora tutto da chiarire; come è possibile distinguere un segnale che possa essere in qualche modo “utile” all’ufologia?
Per quanto ne sappiamo oggi, non siamo in grado di distinguere segnali provenienti da civiltà aliene, non conoscendo quale tipo di trasmissione potrebbero usare, possiamo soltanto distinguere se la natura di quanto rilevato sia più o meno artificiale.

Questo scenario ci fa quindi pensare che, realmente, un segnale alieno potrebbe già essere arrivato sulla Terra, e che tale segnale, per un problema di taratura degli strumenti o di un loro errato posizionamento, non sia stato riconosciuto. Una speranza in tal senso potrebbe essere data da quello che viene definito “il fischio puro”; si tratta di una frequenza di ascolto (1.420 MHz), che è stata descritta come quella più idonea a ricevere eventuali comunicazioni aliene.

Quello che viene cercato è un vero e proprio fischio puro, ovvero un suono che non esiste in natura, che permetterebbe alla sorgente emittente di concentrare la sua potenza in una frequenza unica, e che consentirebbe quindi al ricevente di individuarlo con estrema facilità. Ovviamente, una volta ricevuto il messaggio, si dovrebbe comunque passare alla sua valutazione, ci si dovrebbe accertare che sia effettivamente di origine extraterrestre.

Una procedura ritenuta abbastanza valida è quella che utilizza “l’effetto Doppler”, ovvero l’analisi dello spostamento di frequenza che si genera quando l’ascoltatore si muove rispetto alla sorgente. In termine molto più semplici, questa la regola fondamentale: avvicinandosi alla sorgente si registra una frequenza più elevata del segnale, allontanandosi si registra l’effetto opposto.
Se quindi ci trovassimo ad ascoltare un segnale proveniente dalla Terra, non avremmo alcun effetto Doppler, poiché il nostro pianeta non si muoverebbe rispetto al centro ricevente. Anche in questo caso, comunque, è possibile registrare dei falsi positivi; si tratta dei segnali provenienti dai satelliti terrestri posti in orbita geostazionaria.

Riassumendo brevemente, captare un segnale alieno risulta essere difficile e complicato allo stesso tempo; attualmente non abbiamo una branca dell’astronomia che si occupi esclusivamente di analizzare segnali alieni, mentre, contemporaneamente, le attuali conoscenze astronomiche e tecnologiche sarebbero effettivamente in grado di permetterci di decriptare un eventuale messaggio non terrestre; infine, non siamo ancora in grado di capire in quale direzione puntare lo sguardo o di stabilire quale tipo di segnale dovremmo analizzare.
La sfida di certo assume proporzioni di enorme rilevanza; captare un segnale extraterrestre non sarebbe, infatti, soltanto una eccezionale scoperta scientifica, oppure la prova definitiva dell’esistenza di civiltà aliene, implicherebbe anche il definitivo abbattimento dell’idea che siamo soli nell’universo, con tutte le sue conseguenze in materia di religione, società, politica e non ultime le implicazioni psicologiche. Fino ad oggi i radio telescopi sparsi in tutto il mondo continuano ad ascoltare.

Articolo a cura di: Roberto La Paglia ed Enrico Vincenzi. Autori del libro “Segnali dallo Spazio, Storie di comunicazioni con gli Extraterrestri“.